Bullismo: responsabilità della scuola se non ha fatto prevenzione PDF Stampa E-mail
Lunedì 14 Aprile 2014 10:06

 

Bullismo: responsabilità della scuola se non ha fatto prevenzione. La scuola rappresenta un importante luogo di sviluppo della personalità di bambini e degli adolescenti che si trovano a confrontarsi non solo tra di loro, ma anche con la prima autorità (diversa dai genitori), rappresentata dagli insegnanti e, in generale, da tutti gli operatori scolastici. Un luogo in cui è più facile che la convivenza tra minori sfoci in intemperanze o atti di bullismo. Di qui la necessità, da parte di ogni istituto scolastico, di attivarsi affinché le fisiologiche manifestazioni legate alla delicata età degli alunni, non trovino espressione in vere e proprie forme di violenza fisica o psicologica. Tale necessità, tuttavia, non è legata a semplici ragioni di opportunità e di buona convivenza, ma si fonda sul principio normativo secondo cui coloro che insegnano un mestiere o una arte sono responsabili del danno provocato dal fatto illecito dei loro allievi e apprendisti quando questi sono sotto la loro vigilanza (cosiddetta “culpa in vigilando”). È quanto ha ricordato il Tribunale di Milano in una recente pronuncia. La sentenza ha sancito l’obbligo, per il Ministero dell’Istruzione, di risarcire i danni subìti da un alunno, vittima di episodi di bullismo (violenze psicologiche e percosse) tenuti da altri allievi della stessa scuola. I giudici, in particolare, hanno ricordato come non basti, per gli operatori scolastici, il solo vigilare sul comportamento degli alunni, per evitare il verificarsi di episodi di violenza. Non è sufficiente che la scuola dimostri di non essere stata in grado di porre un intervento correttivo o repressivo nell’immediatezza del fatto, ma occorre che essa dia prova di aver adottato, in via preventiva, tutte le misure disciplinari e/o organizzative necessarie ad evitare situazioni pericolose. Si pensi, ad esempio, ad interventi mirati sulle classi, come percorsi di educazione alla legalità, mediazione scolastica o la creazione di gruppi di discussione che diano consapevolezza agli alunni del problema prima ancora del suo emergere. Inoltre, precisano i giudici, per presumere la colpa della scuola , il danneggiato è solo tenuto a dimostrare di aver subito il danno quando egli era sottoposto allavigilanza degli operatori scolastici, mentre l’amministrazione scolastica deve provare di aver sorvegliato gli allievi con diligenza idonea ad impedire il fatto. Una volta accertata la responsabilità della scuola per tutti i danni subiti dall’allievo, il magistrato dovrà verificare anche l’effettiva consistenza dei danni subiti, facendo una valutazione – sulla base della relazione di un consulente tecnico d’ufficio (c.t.u.) – delle effettive sofferenze fisiche e psichiche sofferte dal danneggiato (per esempio un accertato stato d’ansia e di paura che richieda un supporto terapeutico). Nel caso in esame, ad esempio, il giudice ha condannato il Ministero dell’istruzione al pagamento in favore del giovane (divenuto maggiorenne al termine del giudizio) di 125.000 euro, di cui diecimila occorrenti per affrontare una lunga terapia psicologica di sostegno, ritenuta necessaria dalla c.t.u. in relazione al verificarsi di una vera e propria sindrome a carico del ragazzo. Nel caso in cui un allievo subisca dei danni a seguito di atti di bullismo avvenuti all’interno dell’istituto scolastico, la scuola dovrà dimostrare di aver adottato delle misure di prevenzione idonee ad evitare simili episodi di violenza (come ad esempio un percorso di mediazione scolastica) e non solo di aver solo vigilato sulla condotta dei propri allievi. In caso contrario, essa sarà tenuta anche al risarcimento di tutti i danni, provocati all’alunno.

 
Fare un prestito ad un parente, bisogna giustificare all’Agenzia delle Entrate il denaro PDF Stampa E-mail
Lunedì 14 Aprile 2014 10:03

 

Incredibile ma non basta dire mi dai i soldi papà. Quando vi regalano una somma di denaro, anche se si tratta di un parente, la dovete sempre “giustificare” agli occhi dell’Agenzia delle Entrate. In altre parole, dovete essere pronti a dimostrare da dove provengono questi soldi. In caso contrario, infatti, il fisco potrebbe presumere che si tratti di “denaro conseguito in nero” e, a seguito di un accertamento con i tanti strumenti a disposizione dell’Agenzia, potrebbe chiedervi di pagare le tasse su dette somme, pur avendole ricevute in prestito o regalo. Questa è una delle tante conseguenze derivanti dai nuovi strumenti di controllo dell’amministrazione finanziaria, capace ormai di verificare il volume di spese dei contribuenti e ogni movimentazione bancaria in entrata o in uscita dal conto corrente. Facciamo un esempio. In occasione di una ricorrenza, vostra madre vi regala una discreta somma di denaro. Con il gruzzoletto, andate dal vostro rivenditore di fiducia e comprate un cellulare di ultima generazione, un computer da tavolo o, magari, un pacchetto turistico per una vacanza di una settimana. L’acquisto però non sfugge al fisco che, un domani, potrebbe chiedervi spiegazioni. Il vostro reddito mensile, infatti, è di appena 800 euro e non è verosimile che lo spendiate interamente in uno smartphone. Così, se non riuscirete a dimostrare che il cellulare, il computer o il viaggio sono stati acquistati con i soldi del vostro parente, l’Agenzia delle Entrate presumerà che si tratti invece di redditi non dichiarati. E allora saranno lacrime amare. A questo punto, per quanto possa sembrare inverosimile che padre e figlio, per il compleanno di quest’ultimo, siglino un atto scritto di donazione, il consiglio è proprio quello di formalizzare ogni regalo con una scrittura privata avente data certa, nonché di far transitare il denaro attraverso strumenti tracciabili (per esempio: un bonifico bancario). Ciò vale, a maggior ragione, se si tratta di somme elevate (si pensi al regalo per il matrimonio).

 
Il gestore di un campo di calcio è chiamato a risarcisce il giocatore se.. PDF Stampa E-mail
Lunedì 14 Aprile 2014 10:00

 

Il gestore del campo di calcio risarcisce l’infortunio del giocatore per la struttura inadeguata. Se il giocatore si fa male sul campo di calcetto, il gestore o proprietario della struttura è sempre responsabile, a meno che non provi che il danno si è verificato per un “caso fortuito” o che è stato provocato dal danneggiato stesso. Il normale meccanismo dell’onere della prova, che generalmente spetta a chi inizia una causa, in questi casi (quando, cioè, si hanno “cose in custodia”) trova un’eccezione: la responsabilità è sempre del custode ed è automatica già solo per il fatto che si è verificato l’evento. È quest’ultimo che – nonostante sia convenuto – deve dimostrare il caso fortuito, ossia che non c’è alcuna correlazione tra l’evento e la cosa in sua custodia. Solo il caso fortuito può scagionare da ogni responsabilità il custode. Lo ha ricordato la Cassazione con una recente sentenza . In essa è stato respinto il ricorso del gestore di un campo da gioco contro la decisione della Corte d’appello di L’Aquila che lo aveva ritenuto responsabile per le lesioni di un giocatore durante una partita di calcetto. I giudici hanno riconosciuto la correlazione tra la conformazione della cosa in custodia (un palo metallico che sorreggeva la struttura del campo da gioco) e il danno subito dal giovane calciatore. La Suprema Corte ha osservato che la responsabilità per le cose in custodia ha natura oggettiva: si prescinde, quindi, dall’accertamento della pericolosità della cosa e sussistere per tutti i danni da essa provocati, sia per la sua intrinseca natura, sia per l’insorgenza in essa di altri agenti dannosi (per es. la pioggia che ha arrugginito un ferro). Il custode può evitare una condanna al risarcimento del danno solo se dimostra che il danno si è verificato: - per accadimenti imprevedibili e fuori dal proprio controllo (per es. una crepa sul terreno dovuta a un terremoto o a lavori posti in essere da terzi confinanti); - per un comportamento imperito o imprudente del danneggiato o di terzi soggetti: ossia quando il danneggiato abbia fatto un uso improprio della cosa (per esempio, arrampicandosi ai pali della porta) o per via del comportamento illecito di terzi (i compagni hanno tirato delle pietre presenti sul campo contro uno dei giocatori).

 
Cassazione: non è reato registrare con il cellulare se è per difendersi da un reato PDF Stampa E-mail
Lunedì 14 Aprile 2014 09:31

 

In caso di registrazione di conversazioni tra persone realizzate con registratori o telefonini, all’insaputa dei presenti, la linea di confine tra rispetto della privacy e tutela dei diritti non è ben definita. Il problema se sia possibile o meno “intercettare” le confessioni altrui, registrarle di nascosto e, senza autorizzazione, utilizzarle per far valere, in tribunale, i propri diritti è un tema che negli ultimi tempi è risaltato all’onore della cronaca politica italiana, con la nota vicenda che ha portato alle dimissioni del Ministro delle Politiche Agricole, Nunzia De Girolamo. Qualche tempo fa, la Cassazione aveva ritenuto legittimo il licenziamento del dipendente che, per provare il mobbing a proprio danno, aveva registrato le conversazioni private dei propri colleghi sul posto di lavoro, in considerazione del fatto che, a detta dei giudici, tale comportamento, in violazione della riservatezza altrui, mina fortemente il legame di fiducia tra il dipendente e il datore di lavoro. Ma la Cassazione, quando si effettua una registrazione per tutelare la propria persona da un reato che si subisce, cambia il proprio orientamento. Infatti, in una seconda sentenza di quest’anno, la stessa Corte ha precisato che è legittimo registrare un colloquio all’insaputa delle persone presenti ad un’incontro, se ciò serve per difendersi da un grave sopruso. In tali casi, non si applica la Convenzione Europea dei diritti dell’uomo che vieta qualsiasi violazione della privacy. Il caso preso in esame riguardava una vicenda che vedeva come protagonista una ragazzina, che aveva subito violenza da un uomo, ed in occasione di un incontro con quest’ultimo, aveva portato un registratore. In quell’incontro la ragazzina era riuscita a registrare il colloquio con il suo aguzzino attraverso l’utilizzo di uno smartphone. Quindi la Cassazione, in quella vicenda, ha ribadito che le registrazioni, anche se realizzate clandestinamente, divengono prova documentale; a nulla vale richiamare il rispetto della privacy altrui, se l’intercettazione ha lo scopo di tutelare un interesse di rango superiore, come è definita la persona in qualità di vittima.

 
Auto rottamata. Che fine fanno le multe non pagate PDF Stampa E-mail
Lunedì 14 Aprile 2014 09:04

 

La rottamazione della propria auto non fa venir meno il dovere, da parte del proprietario, di pagare le sanzioni legate a infrazioni del codice della strada commesse con la sua vettura. L’ente titolare del diritto alla riscossione delle sanzioni (di norma il Comune) potrà agire nei confronti del contravventore eventualmente iscrivendo il fermo amministrativo sulla nuova automobile acquistata dal titolare del mezzo rottamato. Quindi le infrazioni effettuate con l’auto che verrà rottamata avranno una ricaduta importante anche su l’eventuale nuovo veicolo del trasgressore. Inoltre, nulla vieta, in teoria, all’ente creditore di agire in esecuzione forzata contro il debitore attraverso strumenti diversi consentiti dalla legge (pignoramento del quinto dello stipendio, della pensione o del conto corrente) anche se i casi in cui si e agito in questa direzione sono stati estremamente rari. Il fermo amministrativo è sicuramente il sistema preferito dagli enti locali, in quanto come mezzo di coercizione si è rivelato spesso estremamente efficace. È da escludere poi la possibilità che il Comune possa procedere a un pignoramento di un immobile anche visto che il limite minimo di debito è stato aumentato fino a 120mila euro da le ultime disposizioni legislative.

 
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